Germania,  Europa

Per non dimenticare: Sachsenhusen e Ravensbrück

27 gennaio 1945, l’Armata Rossa arriva e libera il campo di concentramento di Auschwitz


Oświęcim è il vero nome della cittadina polacca dove i Nazisti costruirono il più noto campo di concentramento e lavoro. Il nome “Auschwitz” deriva dal modo in cui i tedeschi pronunciavano “Oświęcim”.

Ho visitato il campo di Auschwitz nel 2014, durante un viaggio sulla memoria. Era ottobre, ho sentito un freddo di dolore dentro di me per tutte le otto ore trascorse tra il museo, oggi installato negli edifici del complesso di Auschwitz, e il campo di Birkenau, a pochi chilometri di distanza. 

Come si è potuto arrivare a tanto? “Come può un uomo uccidere un suo fratello?

Me lo chiedo continuamente ogni volta che sento parlare un testimone. Me lo sono chiesta quella volta che ho incontrato Pietro Terracina e ha alzato la sua camicia, piangendo, per farci vedere quel numero tatuato. Un numero. Le persone nei campi erano un numero. Spesso erano un numero di una lista per la morte. 

Me lo sono chiesta quella volta che ho visitato il museo ebraico di Gerusalemme. Seguivo quel percorso così tortuoso e angosciante e continuavo a chiedermi “perché?”.

Me lo sono chiesta quando ho visto la Topografia del Terrore a Berlino. Un’area da dove dal 1933 al 1945, venne ordinata la persecuzione e l’annientamento dei nemici politici del nazionalsocialismo sul territorio nazionale e all’estero; qui venne organizzato il genocidio degli Ebrei europei, dei Sinti e dei Rom.

Me lo sono chiesta quando ho visto i bunker dove durante la guerra i civili erano costretti a vivere. Ma si può considerare “vita” se intorno a te ci sono guerra, torture, lavoro forzato e morte?

Sachsenhausen

Ho cercato di rispondere alle mie domande. Sono voluta partire visitando il campo di Sachsenhausen, a meno di 40 km da Berlino.

Sachsenhausen è uno dei campi più grandi sul territorio tedesco, attivo dal 1936 al 1945. 

Fu utilizzato come campo modello, sia per l’addestramento del personale che poi veniva mandato in altri campi, sia per la sua organizzazione urbanistica.

Il campo venne instaurato in un primo momento in quest’area di Oranienburg, utilizzando gli edifici di un vecchio birrificio. Nel 1936, in una zona limitrofa, iniziò la costruzione del campo, quello che oggi si può visitare.

L’architetto delle SS, Bernhard Kuiper, seguì le indicazioni di Himmler, che chiese una struttura urbana facilmente riproducibile ed ampliabile. A luglio il campo era già operativo. Inizialmente vennero rinchiusi qua prigionieri politici e oppositori al regime. 

La struttura

L’area di tutto il campo è contenuta all’interno di un triangolo equilatero, con lati lunghi 600 metri.

L’ingresso si trova al centro del lato principale, riconoscibile dalla scritta Arbeit Macht Frei (“il lavoro rende liberi”). Qui c’è la torre delle SS, dove era installata una mitragliatrice. Questo punto venne scelto perché da qui si ha una vista complessiva sull’intera area. 

Di fronte alla torretta si trova la piazza principale, di forma semicircolare, attraversata da un asse che va dall’ingresso al vertice opposto. A raggera, tutt’intorno alla piazza, si dispongono le baracche dei prigionieri. 

Sull’asse principale si trova la caserma delle SS e nelle aree limitrofe iniziarono a costruire le proprie abitazioni. Il campo era fornito anche di una prigione. In quest’area trovavano luogo diversi reparti. Tra questi quello per l’impiccagione e quello per l’esecuzione con un colpo alla nuca. 

La negazione

Andando verso l’ingresso del campo, noterete delle villette unifamiliari. Un tempo qui risiedevano le famiglie delle SS che lavoravano nel campo. Donne e bambini trascorrevano la maggior parte del tempo a due passi da quel luogo così orribile, dove i loro mariti uccidevano migliaia di persone al giorno.

Come si può far finta di non conoscere tutto ciò? Non accorgersi di quello che succede sotto i nostri occhi? 

Forza lavoro

Vicino al lager, fu organizzata un’area industriale, ospitante industrie di settori più svariati: sartorie, falegnamerie, calzaturifici, lavorazione dei metalli e laboratori elettrici, comprese note multinazionali ancora oggi in attività. 

I prigionieri non erano solamente costretti al lavoro forzato ma venivano utilizzati anche come tester.

Ad esempio, alcuni erano obbligati a marciare tutto il giorno nella piazza costruita appositamente per testare le suole per le calzature per la Wehrmacht, altri venivano sottoposti ad esperimenti ben più cruenti.

La soluzione finale

Anche se Sachsenhausen formalmente è stato un campo di lavoro e di concentramento e non di sterminio, anche in questo lager erano presenti  camere a gas e forni crematori. Nel crematorio trovarono la morte 12.000 persone. Nel 1941 venne ampliato per non riuscire più a contenere la quantità di cadaveri presente. 

Il campo modello

Tutti i campi che vennero costruiti successivamente, venivano pianificati secondo questo modello. Negli ultimi anni l’organizzazione urbana dei campi venne meno, per esigenze di accelerare il processo di sterminio, visto l’imminente arrivo dei nemici e Sachsenhausen, e gli altri costruiti con lo stesso modello, persero la pianta originale. 

Operazione Bernhard

Uno dei migliori film sul tema, a mio parere, è “Il falsario”. La trama racconta la più importante opera di falsificazione della storia che avvenne proprio all’interno delle baracche 18 e 19 di Sachsenhausen, isolate e molto più confortevoli delle altre. Qui fu avviata la produzione illecita di milioni di sterline e dollari che sarebbero serviti a far aumentare l’inflazione degli Alleati, al punto da ridurli in bancarotta. 

Per avere un’idea di come era la “vita” nel campo di Sachsenhausen, il Capannone 38 ospita oggi il museo, dove potete ripercorrere la storia della permanenza dei 200.000 prigionieri. 

Ravensbrück

Essendo donna, ho sempre pensato tanto alle figure femminili legate alla Shoa.

Le ragazze della Bund deutscher Mädel, la gioventù Hitleriana femminile, le donne-guardie nei campi, le segretarie del Reich, le mogli degli ufficiali e le prigioniere.

A tal punto che durante la mia visita a Ravensbrück, l’unico campo di concentramento esclusivamente femminile, ho provato a capirne qualcosa di più.

Il campo femminile

Il campo si trova a circa 90 km da Berlino, nella regione del Brandeburgo. Purtroppo ho trovato un po’ deludente l’assenza di indicazioni stradali per il campo, sostituite da cartelli turistici per il famoso lago della zona. 

Nella strada che porta al lager, si percorre un viale in mezzo ad un bosco. La strada, con tessitura in sanpietrini, fu realizzata proprio dalle prigioniere, che seppur donne, non venivano risparmiate dai lavori pesanti. 

Il museo

Oggi del campo rimangono dei solchi sul terreno che identificano l’area dove sorgevano le baracche, la fabbrica tessile (chiusa quando l’ho visitato) dove venivano cucite tutte le divise dei nazisti e i forni crematori. 

Nell’edificio che era destinato all’amministrazione delle SS oggi è stato allestito un museo. L’area espositiva permanente raccoglie le storie di vita del campo, le biografie di molte figure femminili che passarono per Ravensbrück. Ricordo che gruppi di prigioniere, che qui alloggiavano, vennero scelte e spostate nei bordelli per le SS degli altri campi di concentramento. 

Le figure femminili del Reich

Tra le biografie emergono anche le figure delle guardie, che vivevano negli appartamenti di fronte al campo (oggi ostello della gioventù) in appartamenti condivisi con altre colleghe o in appartamenti privati, se avevano con loro i figli. Nella collina sopra al campo, una serie di ville unifamiliari ospitavano invece gli ufficiali e le loro famiglie.

Il campo di Ravensbrück, per molte donne al servizio del Reich, servì come tirocinio per imparare il “mestiere”. Da qui molte vennero trasferite in altri campi di lavoro e sterminio, soprattutto nella vicina Polonia.

Nel museo ci sono molte foto della vita quotidiana delle guardie. Nei ritratti appaiono felici con i loro figli che giocano nel bosco o nel vicino lago. Le famiglie tedesche, come si legge da alcune lettere, erano orgogliose che le proprie figlie avessero un’occupazione al servizio dello Stato. E sorprendentemente queste donne erano felici di svolgere il proprio lavoro. Queste sono le donne che hanno dichiarato al processo di Norimberga di “eseguire gli ordini” e nulla di più.

Ma si può davvero comandare di perseguitare un popolo, una religione, un orientamento sessuale, una fede, una cultura ed “eseguire gli ordini”?

Cerco ancora delle risposte a tutto ciò e i testimoni ancora in vita ci forniscono delle valide risposte:

“L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza”

La memoria serve a questo: a non coltivare indifferenza. 

10 commenti

  • ANTONELLA MAIOCCHI

    E’ molto bella la tua riflessione Claudia, l’indifferenza è stato il male peggiore di quella tragedia consumata sotto gli occhi del mondo. La storia purtroppo non ci ha insegnato nulla e l’orrore si ripete in tanti genocidi, tante persecuzioni tante discriminazioni che iniziano in silenzio nei quartieri delle nostre città, tra i banchi delle nostre scuole. Bisogna parlare dell’Olocausto, mostrare le immagini, raccontare i dettagli come hai fatto tu perchè tutti si possano fare la nostra stessa domanda: come è potuto accadere?

    • trottoleinviaggio@gmail.com

      Grazie Antonella! Si, purtroppo le persecuzioni non sono mai terminate e sono sempre in mezzo a noi. Per questo è importante la memoria!

  • Alessandra

    L’anno scorso ho avuto modo di visitare Auschwitz e Birkenau e anch’io mi sono chiesta come tanta gente potesse essere indifferente a quello che stava avvenendo all’interno di quei campi. Purtroppo c’era un sentimento di odio, di insopportazione che dilagava anche tra le popolazioni locali verso chi era ‘diverso’. Oggi dobbiamo stare attenti che in altre forme non si sviluppi lo stesso pensiero verso le minoranze. Comunque, come hai ben scritto tu, bisogna continuare a conoscere e a divulgare queste informazioni per non dimenticare.

    • trottoleinviaggio@gmail.com

      Purtroppo Alessandra, le persecuzioni verso i “diversi” non sono mai finite. Auschwitz deve essere un ricordo e deve essere una memoria per tutti per non farci ricadere in questi errori atroci. Oggi, in modi diversi, si manifestano altre persecuzioni che non dovrebbero esserci! Ricordiamocelo per non dimenticare!

  • Claudia

    Sono stata ad Auschwitz anni fa ma non potrò mai dimenticare la giornata passata nel campo di concentramento, è una visita che fa stare male già solo al pensiero di quello che è successo lì dentro! Non capisco come ci possano essere persone convinte che tutto ciò non sia realmente accaduto.

  • Salvina

    Hai trattato un argomento a me parecchio caro, che mi ha interessato fin dalle medie e a cui ho dedicato la mia tesina per l’esame di maturità. Credo sia importante studiare gli eventi passati, per evitare di commettere gli stessi errori, ma soprattutto bisogna informare le nuove generazioni che saranno gli adulti del domani. Siamo stati a Cracovia lo scorso novembre e purtroppo non abbiamo potuto visitare i campi di concentramento di Auschwitz, ma mi son ripromessa di tornarci appena mio figlio sarà più grande, con un bimbo di tre anni è troppo impegnativo..

    • trottoleinviaggio@gmail.com

      Ciao Salvina! Anche per me è un argomento tanto caro, quanto delicato. Ma bisogna informare le generazioni future soprattutto ora che le persone che possono raccontare quei fatti stanno diminuendo. Ti consiglio, visto che sei interessata al tema, di prepararti bene per la visita ad Auschwitz e Birkenau e di andare appena potrai!

  • Eliana

    Mi occupo daa anni di ricerca storica del periodo della Seconda Guerra Mondiale: avendo avuto un nonno internato ho sempre voluto spaerne di più e da qui la ricerca storiografica con fotografie, testi e documenti. Come hai ben detto la memoria serva a non coltivare l’indifferenza, a non commettere gli stessi errori, perchè purtroppo un nuovo Olocausto è davvero dietro l’angolo. Trovo che la visita ai campi di concentramento e di sterminio sia fondamentale per l’essere umano per comprendere e capire ciò che è successo: guai se non ci fossero questi luoghi di importanza per la memoria fondamentali!

    • trottoleinviaggio@gmail.com

      Grazie Eliana! Anche io ho avuto un nonno internato, abbiamo fatto ricerche in ogni dove, ma non abbiamo mai scoperto in che campo fu prigioniero. Purtroppo negli ultimi anni non registravano nemmeno più i prigionieri. Da queste ricerche ho scoperto istituti e informazioni interessanti sul periodo storico che hanno attivato in me una curiosità sui fatti, perché ancora rimane tanta poca chiarezza.

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